-#26.
la psicoterapia
Ho iniziato terapia nell’ottobre del 2016
Oggi, maggio 2025, la mia terapeuta mi ha detto che possiamo vederci con meno frequenza. Dopo quasi 10 anni di appuntamenti settimanali, si è fatto il tempo per noi di iniziare una nuova fase della nostra alleanza. Ogni settimana, per quasi 10 anni, sono stata dentro quello studio. Pioggia, sole, caldo, freddo. Persino connessa su Skype, durante la pandemia. Ho cambiato città, lavori, case. Lei c’è sempre stata. Io non sempre. Non sono stata me durante tutte le sedute. A volte avevo bisogno di stupirla. Altre di renderla fiera. Alcune, addirittura, di farla arrabbiare, per cercare di sentirmi vista e contenuta. Altre ancora non sono andata, ma la terapia, quel venerdì, l’ho fatta comunque. Anche senza di lei. E lei, questo, lo sa benissimo.
La psicoterapia.
L’ho odiata.
Non ho potuto farne a meno.
L’ho sempre consigliata a tutti.
Non ho mai, però, fatto il nome della mia terapeuta con nessuno, per proteggere quello spazio che con tanta devozione ci siamo costruite negli anni, in quella sala dove sembra fermarsi il tempo e allo stesso tempo dove tutto sembra così denso da poterlo afferrare. Dove c’è uno spazio infinito che non dà mai la sensazione di vuoto e non c’è la fretta di riempire ciò che è stato vuoto o trascurato per troppo tempo. Solo, forse, voglia e curiosità di guardarlo.
Ho imparato che non c’è solo troppo o poco, tutto o niente, ma mille sfumature che sono molto più ricche di significato di questi pilastri che sembrano impenetrabili dalla possibilità. Che chi si piega è più forte di chi è impalato. Che cadere non vuol dire aver fallito, è semplicemente la certificazione di un movimento portato nel mondo.
Ho visto lo sporco e il marcio e ho imparato a non volerlo pulire.
Ho visto il male e ho cercato di capire da dove venisse.
Non ho imparato a volergli bene, ma l’ho accettato per com’è, che forse è poi un po’ la stessa cosa.
Ho cercato di aggiustarmi, sentendomi troppo rotta per un mondo che ti richiede sempre intera.
Ho ricevuto gli abbracci di chi mi stava vedendo lì, in quel momento, senza voler guardare oltre.
Non ho voluto bene a niente di quello che vedevo e dicevo.
Ho imparato però a dirlo comunque.
Non credo di essermi conosciuta per intero, penso però che se dovessi vedere delle parti nuove di me venir fuori, sarei curiosa di chieder loro qual è il gusto di gelato che preferiscono.
Non ho capito tutto, anzi, spesso penso di saper molte meno cose. E trovo che questo mi sia di grandissimo sollievo.
Non odio più quello che è successo.
Non mi interessa più aver sempre ragione, alla fine non saprei che cosa farmene.
Ho imparato a dare il nome alle cose. E se non c’è, me lo invento.
Ho capito che il mio potenziale nella scrittura, nella comunicazione, nell’essere sempre alla ricerca della parola giusta, quella precisa per dire proprio quella cosa lì, era una prigione. Oltre ad essere una difesa.
Ho però anche imparato che senza quella prigione lì, ci sono io. E so comunque scrivere e dare il nome alle cose. Senza però dover trovare il nome a tutte le parole non dette e non scritte. A volte prendo in prestito quelle degli altri. E va bene comunque.
Ho imparato che se mi fa male qualcosa, è lì che devo porre lo sguardo.
Ho scoperto che sentire il dolore è meglio del non provare niente, anche se fa male, anche se ti viene da urlare, anche se sembra impossibile che possa andare meglio. Lo è comunque.
Ho scoperto che le persone si proteggono in tantissimi modi diversi e mi piace la creatività che si cela dietro ogni meccanismo di difesa, anche i più potenti.
Ho imparato a ringraziare tutto quello che mi ha tenuta in piedi da una settimana all’altra di terapia, nei mesi e negli anni, ma a sentire che ora può fermarsi, va bene così. Non c’è più bisogno.
Ho scoperto che non tutte le critiche sono attacchi.
Ho imparato che i conflitti fanno crescere, non hanno per forza l’obiettivo di distruggere.
Ho scoperto che amare non significa perdere.
Ho imparato che la potenza delle cose - dei fatti - non deriva dalla spiegazione e dalla prova che puoi portare di fronte al tuo tribunale interno. Sono potenti perché sono.
Semplicemente.
Ho provato invidia.
Ho sperato che agosto durasse più del dovuto, in modo da riprendere la terapia il più lontano possibile. Ho poi capito anche il perché.
Ho avuto la forza di fare cose che credevo impossibili, scoprendo che in realtà quello che le rendeva impossibili era il pensiero, non tanto la capacità.
Ho scoperto che funziono. Anche quando mi sembra di no. E che i funzionamenti che ci descrivono non parlano assolutamente di incompetenza. Perché funzionano.
Ho pianto. Tanto. A volte senza nemmeno respirare.
Ho riso. A volte senza trattenere le lacrime.
Ho smesso di stare in apnea. A volte per secondi. Altre per minuti interi.
Mi sono abbracciata e ho abbracciato.
Ho visto negli altri pulsanti che non pensavo potessero attivarmi così. E ho smesso di urlare al mondo di smetterla di toccarmi. Ho provato invece a capire perché quel pulsante fosse proprio lì. E fosse premibile. E facesse tutto quel macello.
Ho scritto tanto.
Delle volte non ho scritto proprio.
Ho scritto per compiacere.
A volte per non farmi capire, addirittura.
Poi ho provato a scrivere senza difese, senza fare i compiti, senza voler dire qualcosa, se non nel delicatissimo tentativo di leggere quello che a un certo punto aveva bisogno di venire fuori. E provare a usarmi come portale per regalarlo all’esterno. Una specie di consegna al mondo. Non necessariamente quello esterno.
Ho scoperto che sì,
finalmente,
ci sono
m.


Un percorso che conosco molto bene. Un percorso che mi ha portato a non sentirmi mai pronta ma al tempo stesso a liberarmi
Ciao Martina, ho tenuto la mail tra quelle da leggere fino ad oggi.
Oggi che ho preso un momento per me, cercando di rifugiarmi nella creazione di qualcosa che mi faccia stare meglio.
Ed oggi, sento di poterti dire che forse, anzi, sicuramente io non ho avuto il tuo coraggio di intraprendere la psicoterapia, forse troppo sicura che certe cose posso risolverle da sole, perché come mi conosco io, nessuno mai.
Presunzione? Cinismo?
Può essere, però grazie perché tu, attraverso le parole, che forse riesci meno a ricercare, ci permetti di sentirci meno soli, più compresi, più "gruppo" in accezione positiva, laddove veramente l'unione fa la forza.
Buona vita 🌟
Marina